Potremmo crogiolarci nell’idea che il “genio” risieda in noi. In noi come gruppo, in noi come singoli individui. È l’ingannevole verità scoperta da banali prestigiatori di parole che caratterizza il nostro tempo. Il design, lo stile, il tratto, lo scritto e, spingendosi fino al concept, l’espressione; tutto secondo questa teoria, è frutto del genio singolare. Singolare è sempre, anche quando è venduto come tratto omogeneo di un insieme. E allora addirittura si conia il genio “etnico”. Siamo profondamente convinti del contrario. Il genio, la creatività, il know how, l’intuizione sono in realtà i frutti di un meticciato. Di una contaminazione che scava nella profondità dell’esperienza di individui che solcano la moltitudine. Il genio è fatto di vite, di sogni e desideri, di maniere, metodi e attitudini, che appartengono a molti, non a uno. Potremo allora definire il nostro agire come la capacità di combinare e ricombinare sempre ciò che viviamo, esprimendo una sintesi parziale, temporanea e che diventi essa stessa disponibile ad essere modificata, ricombinata. In una parola che verifichi, questa sintesi, sia essa espressa in grafica, disegno, lettering, fotografia o altro o tutto insieme., in ogni momento la sua parzialità, come parte di una rete significante ed attiva. Sumo nasce vent’anni fa così, con queste strane idee in testa, anch’esse frutto di un meticciato. È la mescolanza, e la ricombinazione, che su di noi agisce dal cuore di una metropoli diffusa, in cui il paesaggio presenta ormai i tratti mutageni da seconda natura. L’orizzonte è quello di un mare placido di terra in cui crescono grandi capannoni di cemento con simpatiche villette fiorite a lato, quasi fossero una geometrica escrescenza del grande corpo squadrato. È una metropoli la nostra, che non ha coscienza di sé. Gira vorticosa tra tangenziali e zone industriali che tengono sempre, come fosse la cappella di famiglia di un grande podere nobiliare, il piccolo spazio dedicato al centro storico (carino…), chiesa e campanile (antichi…), portici e municipio. È una metropoli, forse l’unica al mondo, in cui, in uno dei suoi lati,si può entrare e camminare dentro una olografia, fatta di chiese, calli e campielli e di acqua che passa sotto i ponti senza far passare il tempo. O che accende con un milione di lampadine i suoi boulevard della chimica ogni sera, come se qui, la Torre Eiffel fosse appoggiata su un fianco. E poi la metropoli è fatta con grandi down town, dove ci sono banche ed hotel, centri congressi e carrozzieri-world ed in questi raccoglitori a valle, scivola anche tutto ciò che arriva dall’alto di colli e montagne. Sumo abita qui. Ed è da qui, dall’enorme ricchezza di scambi e di cooperazione che fa resistere anche alla tristezza frequente della metropoli mutante e diffusa, che prendiamo energia. Beninteso, ciò non è né facile né automatico. La metropoli, e questo mondo, ha meccanismi entropici congeniti. L’energia e la creatività della cooperazione, vengono bruciate in grandi inceneritori che producono solo fumo. Gli apologeti del “genio” individuale sono voraci e usano il fumo per non far vedere nulla di ciò che in realtà abbiamo attorno e dentro. Ma creando dei crosspoint capaci di attrarre “l’eccedenza”, di sapere, di creatività, di ingegno, che è prodotta ogni istante dalle infinite combinazioni della cooperazione produttiva, si riesce a “vedere” la metropoli negata, a sentire ciò che scorre dentro la macchina vorticosa. Si riesce a sottrarre all’inceneritore ciò che altrimenti sarebbe distrutto, o negato, in virtù del funzionamento entropico e standardizzato dalla fabbrica sociale. Creare questi crosspoint, luoghi del riconoscimento dell’eccedenza creativa, è un compito che Sumo ritiene fondamentale.
Home